Questa Sequoia sempreverde con la circonferenza fusto: 520 cm e altezza: 37,4 m. è una dei pochi osservabili in ambito locale. Le sequoie sono piante poco frequenti nei giardini del nostro Paese e questo esemplare è una rarità . Per questo l’ho chiamato SOLITARIO
A Bologna in totale ci sono 7 alberi monumentali inscritti al elenco-
AMI -alberi monumentali d'Italia .
SOLITARIO
Lontano dalla sua terra ci ha preso l’abitudine .Cresciuto tre volte di più dei suoi amici verdi . Si sente importante e protetto .Qua ci si vive bene ,acqua sempre in abbondanza ,ci si diverte guardando via e vai della gente ,le tartarughe e le papere .Solitario solo perchè raro ma in realtà mai stato solo e abbandonato .cit-Aneta Malinowska
I giardini, che hanno una superficie di 26 ettari, conservano buona parte dell’assetto originario, vagamente ispirato ai parchi romantici inglesi, con ampi viali alberati, un laghetto contornato da finte scogliere di gesso, vaste superfici a prato, boschetti di querce e altri angoli più naturali, un corredo di notevoli esemplari arborei in prevalenza esotici (cedri, pini, ippocastani, platani, cipressi calvi, qualche farnia, una sequoia).
Sequoia si nota benissimo vicino al bordo del lago ,più alta di tutti alberi dei giardini e tra le piante più alte della città, anche se non raggiunge le eccezionali altezze a cui la specie può arrivare nei luoghi di origine qua nel ambiente diverso comunque gode di buona salute. Sequoia è il più grande organismo vivente. Può raggiungere anche i 1oo metri di altezza e vivere più di duemila anni! Perché sempreverde? Significa che in autunno l’albero non perde tutte le foglie assieme come accade invece ad altre piante.
Giardini Margherita, il grande parco pubblico bolognese disegnato dal piemontese Sambuy, la cui inaugurazione, come Passeggio Regina Margherita, risale al 1879. L’esemplare mostra un notevole vigore. La vicinanza dell’acqua probabilmente ne ha favorito la crescita, con condizioni di umidità più vicine ai boschi del Nord America.
Purtroppo al momento non si trovano informazioni su questo particolare.
Stemma si trova in via Castiglione sopra la porta di un ingresso vicino alla chiesa di S.Lucia .Lo stemma è parzialmente rovinato sembra che ha dei segni di una ricostruzione ,alcuni pezzi centrali sembrano essere caduti e poi rimessi a posto , a parte destra manca un frammento che fa parte della scritta libertas e un particolare che fa pensare ad un incendio. – superficie nera sulla testa del leone.
L’edificio era di proprietà del Collegio di Spagna e questo spiega la presenza sulla facciata dell’imponente stemma di Ferdinando VI re di Spagna collocata nel 1751 .
Il Palazzo fu realizzato dall’architetto Antonio Maria Laghi nel XVIII secolo. Sulla facciata stemma con dentro il toson d’oro racchiude i blasoni di Castiglia, Leon e Granada. Al centro i tre gigli dei Borbone spagnoli e sopra una bella corona, simbolo del regno di Ferdinando . L’edificio è uno dei pochi sopravvissuti alle demolizioni degli edifici della via Mercato di Mezzo prima dell’apertura di via Rizzoli. Proprio qua a pianoterra una volta c’era la Locanda dei Tre Re proprietà del Collegio di Spagna.
Il portico del Palazzo del Podestà costruito nel 1484 da Giovanni II Bentivoglio su disegno di Aristotele Fioravanti (1415-1486) è uno dei portici più belli di Bologna. Una delle caratteristiche più uniche di questo portico sono le sue formelle, piccole decorazioni scolpite sulle colonne .
Fra tantissime formelle floreali appaiono anche teste di uomo,dei animali o stemmi,tutte diverse l’una dall’altra ormai tante irriconoscibili perché livellati dal tempo e dall’usura .
Una leggenda dice ,che ci siano due bugnati con lo stesso ornamento ma fin ora nessuno è riuscito a confermare questa ipotesi .
Tentativo di fuga di Re Enzo
Una delle formelle rappresenta il tentativo di fuga di Re Enzo ,prigioniero nel vicino palazzo( Tra il 1835 e il 1842 il portico viene restaurato .Sono eliminati “tutti i macigni dei pilastroni e delle colonne” e sostituiti “quei mattoni, listelli, sfaccettature che sono rovinati e perduti”.)In questa occasione vengono sagomate alcune formelle con testine o stemmi, che in seguito saranno erroneamente attribuite al periodo rinascimentale. Essenziale intervento fu quello realizzato nel 1484, dallo scultore Marsilio Infrangipani che provvide agli ornamenti esterni, e in particolar modo alle formelle del bugnato delle dieci colonne del portico e dei piloni laterali che lo completano.
La fuga di Re Enzo (riproduzione di Dario Ferraresi Scultore )
Dopo numerosi e controversi calcoli, nel 1927 un articolo di Giulio Ricci stabilirà il numero definitivo delle formelle del portico, quasi tutte diverse l’una dall’altra: 7.476
Cedro dell’Himalaya si trova al Istituto Ortopedico Rizzoli in via Pupilli 1 .Questo è un altro monumento verde della città iscritto nel elenco AMI -alberi monumentali d’Italia.A Bologna ne abbiamo 7 esemplari.
Alto quasi di 30 metri -29,2 cm con circonferenza fusto: 520 cm
Lo chiamato semplicemente -ALBERO DELLA VITA
Albero della vita
Da secoliIl suo posto è qui in una piazzetta davanti al ospedale ,dove i pazienti grandi e piccoli vengono prendere un po di aria .Le sue radici ricordano ancora un vecchio monastero … I suoi rami aperti come le braccia pronte per abbracciare chi si sente solo …. le sue foglie insieme al vento sussurrano la dolce melodia per chi ha bisogno di essere consolato , il suo tronco robusto e eretto come un esempio di una salute perfetta per sostenere, incoraggiare e dare la speranza a chi l’ha persa .
-cit.Aneta Malinowska
L’angolo di verde dove vegeta il cedro dell’Himalaya ha avuto varie trasformazioni nel corso dei secoli, seguendo i cambi di destinazione d’uso del complesso monastico di San Michele in Bosco, di origini remote, che prese le forme attuali tra ’400 e ’500. La sistemazione a giardino si può far risalire a metà dell’Ottocento, quando, per volere dell’allora cardinale legato, prese forma l’insieme di vialetti in ghiaia e aiuole bordate da cordoli in gesso in cui trovarono posto col tempo grandi esemplari arborei (cedro, catalpa, tasso e altri) e numerosi arbusti ornamentali. Questo maestoso esemplare venne impiantato nel 1880 in occasione dell’acquisizione del complesso monastico da parte dell’illustre chirurgo bolognese Francesco Rizzoli (il cui busto campeggia al centro del giardino), fondatore degli Istituti Ortopedici Rizzoli, inaugurati nel 1896. In un altro angolo del giardino era stato in precedenza impiantato un cedro del Libano per commemorare l’Unità d’Italia e il soggiorno di re Vittorio Emanuele II nel complesso, divenuto Villa Reale dal 1860 al 1878.
Dopo alcuni tentativi andati a vuoto, il salsamentario Alessandro Forni mette a punto un metodo per inscatolare la mortadella, superiore alla conservazione sotto vetro secondo il metodo Appert, da lui stesso introdotto nel 1862.
Per ottenere una lunga conservazione della carne, le scatole vengono immerse a bagnomaria in vasche di acqua calda. Un foro praticato sul coperchio, poi sigillato con stagno, permette all’aria di uscire a bassa temperatura.
Negli anni successivi la mortadella in scatola – normalmente in grosse fette da 250-500 grammi – avrà notevole successo commerciale, grazie anche alla pubblicità ottenuta dalle ditte bolognesi, che parteciperanno assiduamente alle fiere nazionali e internazionali, finchè, nel 1881, oltre il 65% della produzione sarà destinata all’esportazione, in Francia, Germania, Inghilterra, Turchia, Egitto e nelle Americhe.
Alla fine dell’800 il settore della produzione della mortadella occuperà a Bologna circa mille addetti, suddivisi tra 70 imprese e 200 esercizi commerciali.
Tra gli stabilimenti più rinomati vi saranno, oltre a quello di Forni, quello dei fratelli Nanni a Borgo Panigale, dotato di spaziosi locali per il macello e il confezionamento dei prodotti (ma anche di refettorio e abitazioni per gli operai) e quello di Ulisse Colombini, “torre che non piega al turbine”.
I fratelli Zappoli apriranno uno stabilimento a vapore a porta San Felice, mentre dal 1873 Giuseppe Romagnoli, dal suo magazzino fuori porta Galliera, invierà mortadelle in scatola in Europa e in America. Altre “antiche case”, come Bassi, Suppini, Samoggia, Paderni, Bertoggi, Lanzarini, saranno premiate a tutte le più importanti esposizioni internazionali e nazionali.
Nel 1888 anche la strenna annuale della rivista umoristica “Ehi! Ch’al scusa” uscirà fustellata come una scatola di mortadella.
Il settore più tradizionale dei pizzicagnoli bolognesi è concentrato soprattutto nel centro storico, tra le vie Caprarie, Orefici e Pescherie Vecchie: qui operano le fucine degli insaccati e le mortadelle sono lavorate secondo sistemi consolidati.
La conservazione delle mortadelle è effettuata nei sotterranei dei negozi, in vasche rivestite di ceramica bianca e riempite di strutto fuso. Questo metodo deriva dalla antica pratica contadina di mettere i salumi sott’olio.
Non lontano da Bologna sulle colline dell’appennino modenese troviamo quelle rocce famose per le sue imponenti guglie in arenaria.
Monoliti di roccia di oltre 70 mt di altezza, con pareti ripide in forte contrasto con il morbido paesaggio circostante fanno la parte del PARCO REGIONALE DEI SASSI DI ROCCAMALATINA-All’interno del parco si incontra una ricca varietà di ambienti naturali, oltre ad alcuni luoghi di notevole interesse storico: la Pieve di Trebbio, ed i piccoli borghi medievali di Castellino delle Formiche e Castellaro .
il Centro Visita si trova proprio ai piedi del Sasso della Croce in un borghetto Borgo dei Sassi noto anche come Rocca di Sopra , punto di accesso al sentiero n. 4 ,,Salita al Sasso della Croce” possibile salire alla sommità della roccia, a quota 567 m s.l.m tramite un ripido sentiero attrezzato .Il sentiero in salita necessita di un cammino di 15-20 minuti. Sembrerà difficile ma in realtà non lo è. Potranno spaventare le scale scavate nella pietra, o quelle in ferro a pioli ma con un po’ di attenzione vi accorgerete che non è cosi difficile salire .Per visitare Sassi di Roccamalatina basta una mattina o un pomeriggio .
-Via Sassi, 2000 – Loc. Borgo dei Sassi 41050 Roccamalatina di Guiglia (MO)
In caso se trovate chiusa la biglietteria vi consiglio di venire al Ristorante bar locanda Il Faro -dalle terrazze panoramiche si pùo ammirare una bellissima vista .Dopo non lontano da qui circa 3 km. si trova Castellino delle Formiche molto piccolo ma appena andate su con una stradina davanti la torre dietro un cortile privato c’è una piccola scesa da li troverete una vista spettacolare .Non vi preoccupate i proprietari sono molto gentili e invitano da soli a vedere questa meraviglia.
,Castrum Formigis ,,“Castello che incute timore”. Oggi ,,Castello delle Formiche ,, probabilmente è stata errata traduzione popolare del medievale.. L’unica testimonianza rimasta del Castello è la torre, oggi trasformata in campanile.
Se il tempo ancora permette potete anche visitare Castello di Guiglia un paesino carino con unico portico dove si mangia buon gelato con una terazza panoramica e con un castello visitabile . Dal parco sono circà 15 min con la macchina .
Per la visita e salita al Sasso della Croce-Orari: sabato e festivi ore 10.00-12.00/13.00-19.00; tutti i giorni dal 1° al 23 agosto Aperture 2020: dal 27/06 al 01/11
Il 27 giugno ha riaperto nei fine settimana il sentiero n. 4 “Salita al Sasso della Croce”. Nel rispetto delle norme anti-Covid19 si può accedere alla salita soltanto a gruppi di massimo 8 persone con accompagnatore, a seguito di prenotazione obbligatoria. Le visite, della durata di 1 ora e mezza ciascuna, sono a pagamento (5 euro) e partono dal Centro visitatori con i seguenti orari: sabato ore 14.30 – 16.00 – 17.30; domenica ore 10.00 – 11.30 – 14.30 – 16.00 – 17.30. La prenotazione obbligatoria è da farsi online sul sito dell’Ente Parchi a questo link: www.parchiemiliacentrale.it/sassodellacroce.php entro le ore 12 del sabato. Sulla pagina è possibile, prima di prenotare, verificare lo stato delle prenotazioni in tempo reale e controllare la disponibilità dei posti nei diversi turni.
,,IN QUESTO FABBRICATO IL PRIMO GENNAIO 1768 VENNE APERTO IL PRIMO UFFICIO DELLA POSTA DELLE LETTERE DI BOLOGNA''
La dimora (metà del secolo XV) in forme gotiche appartenne alla famiglia Castelli, e in seguito ai Gozzadini e ai Davia. Qui ebbe sede il primo ufficio postale della città, aperto il primo gennaio 1768.Il portico fu modificato nel 1702, la facciata è stata restaurata nel 1949.
Cominciò con l’adozione dei primi timbri postali di arrivo, avvenuta a partire dalla fine del 1768. Si voleva far sì che le lettere distribuite per posta fossero contrassegnate: la mancanza di bollo era chiaro segno di contrabbando. L’altra novità del 1768 fu la nuova e più ampia sede dell’ufficio, nel luogo (il portico di casa da Castello invia Parigi) ove tuttora una lapide commemora erroneamente il primo ufficio di posta lettere di Bologna. Abbiamo visto come in verità la storia dell’ufficio fosse più antica.
Al di fuori dai pochi itinerari maggiori si stendeva la rete dei collegamenti minori e rurali.La posta governativa ignorava questa dimensione locale. Già nel XVII secolo diverse comunità, costrette a periodici viaggi per far sbrigare le pratiche a Bologna o prendere ordini, si erano create dei messi che prendevano anche lettere di terzi. Nel ‘700 era una vera e propria organizzazione, alternativa a quella postale, imperniata su alcune locande, botteghe o stallatici del centro, con tariffe proprie ed un suo giro.Queste “mini-poste” erano in contrasto col monopolio, che ribadiva i di far capo solo all’ufficio delle lettere. Il Legato diramava ingiunzioni, comandando ai messaggeri: “tuttele lettere che vi saranno consegnate da portare a Bologna le dobbiate portare alla Posta delle Lettere di questa città e non altrove, ad effetto che quelle siano dispensatein detto Officio della Posta e non da voi, né da alcuna persona“. Le comunità invece difendevano queste organizzazioni minori, obiettando che se la posta ufficiale voleva incamerare gli utili doveva prima assicurare il servizio, e poiché ciò mancava non poteva sussistere alcuna illecita concorrenza
1 maggio 1802, quando la posta si trasferì nei locali del convento di S. Francesco, nella piazza omonima, sequestrato e nazionalizzato dalle leggi rivoluzionarie. Fu a tutti gli effetti la fine della storia antica della posta a Bologna.
Entra in scena il francobollo L’uso, a partire dal 1850, dei francobolli per indicare l’avvenuto pagamento anticipato della tassa per il trasporto della corrispondenza, da parte di parecchie nazioni europee,spinse i responsabili dell’amministrazione Pontificia a considerare l’utilità di un simile mezzo di esazione, anche nella speranza di impedire, o almeno ridurre, le irregolarità egli abusi fino allora compiuti a livello di distribuzione rurale, che in pratica sfuggiva ad ogni controllo diretto.
Eccocome esordiva il regolamento del 19 dicembre: “ I bolli franchi consistono in tante etichette, ossia bollini portanti il triregno e le chiavi, coll’iscrizione franco bollo postale e l’indicazione della valuta“. “Gli Uffici di posta dovranno imprimere il loro timbro d’Ufficio, che è destinato per le corrispondenze in partenza, su di una parte dei bollini“.
La Direzione Postale di Bologna ed il relativo Ufficio erano sempre situati nella ,,Seliciata di S.Francesco”( l’attuale piazza Malpighi )dove la direzione rimase fino al 1911,mentre ufficio postale fu trasferito nel 1876 in piazza Nettuno rimanendovi sino ai primi anni del nostro secolo ,fino alla costruzione dell’attuale palazzo delle poste in piazza Minghetti.
La nuova residenza postale Intorno al 1876 il Palazzo Comunale di Bologna fu oggetto di consistenti opere di ristrutturazione, di adeguamento funzionale e di restauro. Questi interventi rientravano nel quadro delle rilevanti trasformazioni del tessuto urbano e edilizio eseguite nel trentennio successivo all’Unità d’Italia, suggello del rinnovato corso politico e del mutamento della struttura socio-economica del capoluogo. Nel grande ed articolato complesso edilizio trovarono nuova sistemazione numerosi uffici comunali ed extra comunali. Il Palazzo poté ospitare, fra l’altro, anche un moderno Ufficio Centrale delle Poste, in sostituzione degli sportelli annessi alla Direzione Postale Principale che dal periodo napoleonico (1802) aveva sede in piazza Malpighi, in un’aladel Convento di S. Francesco, requisito dalle leggi rivoluzionarie.Il trasferimento post-unitario nasceva dall’intenzione e, allo stesso tempo, dalla necessità di offrire alla cittadinanza una sede “in località centralissima“, con spazi più consoni alle rinnovate esigenze del pubblico e più comodi per il personale: il servizio offerto nei locali .
Curiosità
Velocità media delle lettere nei secoli XIV e XV.
Barcellona Bologna 20-22 giorni
Avignone Bologna 12-13 giorni
Milano Bologna 3-4 giorni
Venezia Bologna 3-4 giorni
Genova Bologna 11-12 giorni
Pisa-Bologna 4-6 giorni
Firenze Bologna 2-3 giorni
Roma Bologna 7-10 giorni
Napoli Bologna 9-15 giorni
I messaggi, vergati con penne d’oca, erano su fogli di carta o pergamena leggera ripiegati in piccolo. Non esisteva la busta e il mittente a chiusura applicava il sigillo su cera rossa o ceralacca. Lettere di stato e di personaggi illustri erano più ricche, ornate da speciali sigilli e grandi pendenti spesso molto belli.
Questi dati – desunti dall’Archivio Datini – sono piuttosto confortanti, ma bisogna tenere conto che si coprivano solo itinerari economicamente rilevanti e a costi elevati. A Bologna, ad esempio, nel Trecento si poteva agevolmente inoltrare una lettera a Londra,ma non esisteva alcun collegamento regolare con Ravenna. Per mandare missive ai parenti o agli amici, risparmiando rispetto agli onerosi collegamenti ufficiali, si sceglieva spesso di affidarle a vettori occasionali, sfruttando le occasioni, meno costose ma più incerte
Il Seicento, la crisi economica, la peste
Il nuovo secolo segna una battuta d’arresto allo sviluppo dei servizi postali, che nel cinquantennio precedente aveva avuto caratteri di boom. La crisi dell’importante manifattura bolognese della seta, che aveva alimentato una fiorente rete di commerci e scambi, offrì lo spunto al mastro di posta per chiedere un risarcimento per il minor traffico. Urgeva recuperare fondi: nel 1603 apparve il primo di una lunga serie di bandi bolognesi sull’estensione del monopolio postale: l’esclusività traspare assoluta, almeno nelle enunciazioni, e nessuno può ingerirsi nel pubblico servizio. Per evitare rischi fu anche vietato ai vetturali di portare addosso un qualsiasi tipo di plico chiuso.(testo e cit.- archivio ,,storia postale di Bologna ”)