Monte Sabbiuno-Monte della Memoria

Il monte Sabbiuno è una piccola cima del basso Appennino bolognese, compresa in un lembo meridionale del comune di Bologna, pertanto facente parte del cosiddetto gruppo dei colli bolognesi.

La vetta del monte Sabbiuno, posta soltanto a 391 metri sul livello del mare, è tuttavia più elevata rispetto ad altri rilievi localizzati nei dintorni. Essa è raggiungibile direttamente dalla città di Bologna, dal cui centro dista circa 9 chilometri.

Il monte Sabbiuno è tristemente ricordato per via dell’omonimo eccidio perpetrato dai nazifascisti verso i partigiani nel dicembre 1944; presso la frazione Sabbiuno di Montagna un monumento ricorda tale evento, insieme con le commemorazioni annuali che si svolgono in questo luogo.

L’eccidio di Sabbiuno di Paderno

Fu l’uccisione, avvenuta il 14 e il 24 dicembre 1944 di quasi un centinaio di partigiani e prigionieri .

Il 14 dicembre 1944 un primo gruppo di prigionieri, comprendente partigiani la cui identità ed attività erano certi, venne prelevato dal carcere e condotto a Sabbiuno di Paderno, collina a sud della città. Qui vennero uccisi in massa a colpi di fucile. Alcuni corpi rotolarono lungo i fianchi della collina verso il Reno……..

Il 22 dicembre diversi carcerati vennero deportati nel campo di transito di Bolzano e nel campo di concentramento di Mauthausen. Molti non fecero mai ritorno. Un terzo gruppo di prigionieri fu prelevato dal carcere di San Giovanni in Monte il 23 dicembre e ucciso a Sabbiuno con le stesse modalità del primo gruppo….

Si stima che furono almeno 58 le persone uccise, ma – date le difficoltà nell’identificare i corpi – non è da escludere che siano avvenute ulteriori fucilazioni anche nei giorni successivi. Nelle esecuzioni vennero fucilate anche persone che non erano direttamente legate alla Resistenza.

La precisa identificazione del numero e dell’identità delle vittime dell’eccidio è resa difficile dalle contraddizioni presenti nelle poche fonti disponibili, nonché dalla difficoltà nell’individuare e identificare le salme.

Monumento di Monte Sabbiuno

Monumento ai caduti di Sabbiuno uno dei più importanti luoghi della memoria dell’antifascismo bolognese si trova a circa 9 km dal centro di Bologna , è un sacrario ai caduti della Resistenza situato nel parco collinare di Sabbiuno, all’estremità meridionale del territorio bolognese. Situato in via Sasso Marconi, tra i calanchi del Monte di Paderno.

Inaugurato il 2 giugno 1973, realizzato dal Gruppo Architetti Città Nuova (Letizia Gelli Mazzucato, Umberto Maccaferri e Gian Paolo Mazzucato) fra il 1972 e il 1973 e commemora i circa 100 partigiani anche perché non si è potuto ritrovare tutti i corpi delle persone trucidate. Uccisi dai nazifascisti fra il 14 e il 23 dicembre 1944 in quello che è conosciuto come l’eccidio di Sabbiuno di Paderno.

53 sassi, su ognuno dei quali è inciso il nome di un trucidato, più un cinquantaquattresimo per ricordare i quarantasette caduti ignoti……

Gli edifici colonici della vicina Cà Croce ospitano una piccola mostra(fotografie ,oggetti) sull’eccidio.

Un muro curvo di cemento a vista, alto come una spalla, che rappresenta lo schieramento dei soldati tedeschi: dentro le feritoie, ancorate con supporti cromati, mitragliatrici fuse, ricalcate da un modello del tempo, con fari puntiformi innestati dalla parte dello sparo. Il precipitare dei corpi nel calanco è riprodotto da rulli di filo spinato rosso che scendono fino a valle, dove è posata una croce bianca. Null’altro.
Vicino al casolare, nel piccolo spiazzo del parcheggio, un impianto mangianastri trasmette il discorso sulla Costituzione di Piero Calamandrei: finisce affermando che “allora non è una carta morta, ma un testamento di centomila morti, un impegno per l’avvenire, e se vogliamo andare dove è nata la Costituzione, dobbiamo recarci nelle carceri e sui monti dove morirono i partigiani, perché li è nata la nostra Costituzione”.
I massi sono un dono delle cooperative: li hanno scelti, uno per uno, nel bacino del Brasimone, presso Castiglion dei Pepoli, e trasportati gratuitamente. Gli operai hanno lavorato anche nei giorni festivi per recingere i sassi con piantine da campo, come dettava l’estro, in modo naturale.
Gli architetti insistono: “Questo monumento non è calato dall’alto, è un prodotto collettivo. Non è finito, ma aperto alla nostra partecipazione, continuerà a vivere se noi la faremo continuare, se no è una carcassa vuota e in sfacelo. Se noi saremo capaci di venire qua, di ascoltare, di guardare, di perfezionare, di portare avanti questi ideali, il monumento grazie a noi vivrà: vivrà di pari passo col nostro senso di democrazia”.
Invano tentiamo di indurli ad un discorso figurale. Lo rifiutano: “Volevamo evitare la magniloquenza, ma anche l’assenza di espressione. Quindi abbiamo deciso di sottolineare i luoghi con segni leggibili. Del resto, i luoghi sono già scolpiti in modo così tragico che sembrano essi stessi il monumento reale dei nostri morti. Il filo spinato rosso spunta dalla terra e riaffoga nella terra. La croce bianca è appoggiata al terreno, come caduta ”.
In effetti, il visitatore non ha niente da contemplare. È coinvolto, deve rivivere. Scende dalla collina costeggiando i massi, proprio come chi andava alla fucilazione. Il muro cementizio gli consente di mirare la valle con gli stessi occhi di chi sparava; le mitragliatrici sono collocate all’altezza giusta,“Questo monumento è il punto d’incontro e confronto dei passi dei partigiani uccisi con i nostri passi pesanti su di loro, di quello che loro hanno visto con quello che noi vediamo, di quello che loro hanno pensato con quello che noi oggi pensiamo. Tutti questi valori, queste considerazioni, questa partecipazione collettiva, questa realtà collettiva hanno determi-nato il monumento, che non è più monumento perché nessuna cosa conclusa poteva contenere tanta ricchezza umana.
Il monumento ora non c’è più, e resta invece il vero monumento: il territorio e la partecipazione umana”. (…)
Monumento dunque che non esiste per sé, ma prolunga la propria storia di lotta al fascismo. Spiace che Einaudi abbia stampato “Spazi dell’architettura moderna” prima che fosse completato: il secolare itinerario critico-visivo poteva concludersi con questo frammento paesaggistico, celebrando i moventi topici dell’azione architettonica.

IL TESTAMENTO NEL MANGIADISCHI

di Bruno Zevida L’Espresso, 5 agosto 1973

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